Marcos e il caffè bevuto durante una partita

 

I giocatori del The Strongest ribollivano di rabbia, sembravano delle pentole a pressione sul punto di esplodere, quando realizzarono che, mentre la loro porta veniva violata più volte, esattamente dalla parte opposta del campo, Marcos, l’estremo difensore del Palmeiras, sorseggiava un caffè appoggiato a uno dei pali. 
Se ne stava lì tutto bello rilassato come chi si gode il meritato riposo dopo una giornata di intensa fatica a lavoro. Una serata amara per la squadra boliviana. Perdere quattro a zero all’esordio in Coppa Libertadores ed essere scherniti dal portiere avversario era una provocazione difficile da digerire. Come se non bastasse, Marcos rincarò la dose presentandosi in conferenza stampa con aria sfacciata, sghignazzando come una iena:

“Oh! Questo caffettino ha generato una polemica eh? Ma se avessi bevuto un succo di frutta o un bicchiere d’acqua, nessuno avrebbe protestato. Mi ero quasi addormentato e avevo semplicemente bisogno di svegliarmi, visto che loro non mi hanno mai impensierito”.

Quelli del The Strongest, furibondi, tornarono a casa assetati di rivincita. Gli attaccanti si fecero costruire delle sagome di cartone di Marcos che durante gli allenamenti distruggevano con tiri violentissimi. Nello spogliatoio fu creato e appeso al muro un bersaglio con il suo viso che veniva abitualmente ricoperto da freccette appuntite. Il 6 aprile del 2000, Marcos si recò all’Hernando Siles, senza rendersi conto che sarebbe stata una discesa negli inferi.


Quando entrò in campo, fu travolto da fischi così forti, così assordanti, che erano in grado di sfondarti i timpani e farti saltare in aria il cervello.
Capì subito che nessuno avrebbe avuto pietà di lui. Lo stadio gli sembra un'immensa savana piena di bestie che ruggivano, pronte per divorarselo. In poco tempo fu travolto dall'angoscia. Il suo volto diventò pallido, cadaverico. Dalla fronte il sudore sgorgava come l'acqua che scende senza sosta dalla grondaia di un tetto lutante un'alluvione.

Appena l'arbitro fischiò l'inizio, i secondi, i minuti che passavano gli parvero ore interminabili. Per un momento pensò di essere entrato nella dimensione dell'eternità. Ogni volta che cercava di afferrare il pallone, questo gli scivolava via, come se i suoi guantoni fossero pregni di olio grasso. Le gambe, ormai licenziate dal corpo, si muovevano per conto loro e non rispondevano più ai suoi comandi. Le tigri boliviane sconfissero il Palmeiras per quattro a due. Ad ogni gol che subiva, Marcos si incupiva sempre di più, ripiegandosi dolorosamente su sé stesso.

 

 

Tutte le reti furono celebrate nella maniera più derisoria possibile: con il gruppo di giocatori che avevano preso parte all'azione seduti dentro l'area di rigore di Marcos che, con le mani, fingevano di bere da una tazzina. Lo fissavano e se la ridevano di gusto, mentre lui, con gli occhi pieni di rassegnazione, guardava il vuoto.

A fine partita il portiere, sfinito  si buttò a terra, quasi come se volesse chiedere perdono. L'incubo era finito. Nonostante la vittoria, i padroni di casa non si qualificarono per il secondo turno, ma almeno addolcirono il retrogusto amaro lasciato dal loro viaggio in Brasile.
Avrebbero comunque gioito il 21 giugno, quando il Palmeiras, perse la finale ai rigori contro il Boca Juniors. Marcos non ne parò nemmeno uno.
A La Paz la gente uscì per strada a festeggiare, perchè quel trofeo appartenevo un po' anche a loro.