La leggenda di Tittyshev

(Afp)


Tra le vie dove un tempo sorgeva il Boleyn Ground ancora oggi circola una strana storia, quella di un giocatore venuto dall'est Europa che giocò uno spezzone di partita con la maglia del West Ham per poi sparire nel nulla, come un'ombra nella notte. Era un soleggiato pomeriggio di luglio del 1994 e centinaia di tifosi degli Hammers decisero di spostarsi dal grigiore urbano di Londra a Marston, piccolo borgo di campagna vicino Oxford, per assistere alla partita di precampionato del West Ham contro l'Oxford City. Giunti davanti al Marsh Lane, uno stadio grande come una scatoletta d'acciughe, furono informati che le tribune erano completamente occupate dai padroni di casa. Visto il carattere amichevole dell'incontro, li fecero accomodare sulla recinzione intorno al campo.

Tra di loro c'era un ragazzo smilzo dalla pelle chiara, che indossava un cappellino bianco. Si chiamava Steve Davies e aveva ventidue anni. Il West Ham era la sua ossessione, il suo assillo. Conosceva vita, morte e miracoli della formazione che vinse l'FA Cup nel 1980. Una specie di enciclopedia vivente. In camera, appeso al muro, non poteva mancare un enorme poster, conservato come una reliquia, dell'immortale Bobby Moore. Quel giorno era arrivato da Oxford con due amici. Era dalla mattina che tracannava una birra dietro l'altra e ormai l'alcool si era già impadronito dei suoi pensieri e delle sue corde vocali. Ma se fino al riscaldamento era rimasto piuttosto tranquillo, in uno stato di beatitudine da sbronza, quando l'arbitro dette il via alle danze, si trasformò in un demone malvagio. Inveiva e offendeva i propri beniamini con una rabbia inaudita. Sbraitava e urlava con una tale ferocia che le vene del collo erano diventate gonfie come un canotto. Sembrava posseduto. Persino Mr. Hyde si sarebbe spaventato. Ce l'aveva soprattutto con Lee Chapman, il vecchio attaccante del West Ham. Era uno spilungone che arrivava quasi a due metri d'altezza. Schiena perfettamente dritta, mascella imponente, sguardo glaciale da lupo dell'artico, Chapman, incuteva un certo timore. In realtà, il suo periodo d'oro era un lontano ricordo: i primi capelli bianchi, le prime rughe sul viso, gli acciacchi si erano fatti sempre più insistenti e le ginocchia, dopo un paio di scatti, imploravano pietà. Osservandolo si percepiva l’avanzare del tempo, crudele e indifferente nei confronti degli uomini.

Appena prendeva palla e iniziava la sua lenta galoppata verso la porta, Davies vomitava parole orribili: "Chapman sei un asino, ritirati! Non stai nemmeno in piedi! Sei un mucchio di spazzatura!". Certo, un copione a cui l’attaccante si era abituato col passare degli anni, come quella volta che sbagliò un gol semplicissimo a porta vuota e fu deriso da tutto lo stadio. Il problema, però, era che quel ragazzo si trovava a pochissimi metri di distanza e probabilmente avrebbe fatto perdere la pazienza a chiunque. Ma Chapman, con la calma e la virtù di uno stoico, sopportava le offese senza opporsi. Ogni tanto sbuffava e faceva qualche smorfia. Ovviamente, per un istante gli balenò in testa l’immagine di lui che si toglieva una scarpa e conficcava i tacchetti nel viso di quel pazzo, ma sapeva che la cosa migliore era quella di lasciar perdere e non cercare lo scontro diretto. L’arbitro, calvo e con mezza testa abbrustolita dal sole, sognava di essere da tutt’altra parte e fingeva di non sentire niente. Tutti lasciavano correre, perché pensavano che Davies fosse uscito da poco dal manicomio e con la follia è inutile scendere a patti. Durante l’intervallo, Davies, per ricaricare le pile, tornò alla macchina, ingurgitò un altro paio di birre e si ripresentò a bordo campo più molesto di prima. Nei primi minuti della ripresa Chapman si avventò su un pallone vagante e urtò con un centrocampista. L’attaccante subì una violenta botta alla gamba destra. Restò qualche secondo a terra e poi si rialzò zoppicando. Davies applaudì ironicamente: “Ohh, povero Chapman! Qualcuno porti subito delle stampelle al vecchietto!”.

Chapman, in una delle sue giornate più nere, dove tutto era andato per il verso storto, non era in grado di proseguire e chiese il cambio. Mentre usciva, si levò la maglietta e la scaraventò a terra. Harry Redknapp, che fino a quel momento era rimasto in religioso silenzio e si era limitato a fulminare Davies con lo sguardo, gli si avvicinò con passo da sceriffo. Redknapp che portava una camicia a quadri dai colori piuttosto discutibili, giunto faccia a faccia con lui, lo fissò negli occhi con aria di sfida.

- Senti guastafeste, credi di essere meglio di Chapman? - gli domandò con tono seccato e infastidito.

- Può dirlo forte mister, Chapman è un buono a nulla! - rispose in maniera sfacciata Davies.

- Bene. Allora entrerai al suo posto. Così la finisci con questo teatrino. 

Redknapp sistemò il suo ciuffo biondo miele, afferrò Davies per un braccio, gli fece oltrepassare le transenne e chiamò il suo assistente, che l’accompagnò nello spogliatoio. Tutti erano sicuri che gli avrebbe dato una bella lezione e sarebbe stato spedito nella gattabuia più vicina.

 

(The Sun / Steve Bacon)

Invece, una volta arrivato lì, l’assistente, un ex difensore spacca caviglie che aveva i capelli brizzolati e una lunga barba non curata, gli consegnò i pantaloncini, la divisa numero 3 e lo invitò a cercarsi in una cesta un paio di scarpe adatte al suo piede. Davies provò un misto tra paura ed eccitazione. Mentre si infilava la maglia del West Ham avvertì un violento battito al petto. Mettersi e sistemare le scarpe fu un vero e proprio dramma: le mani acciuffavano i lacci senza imprimere la forza necessaria per formare un nodo. Li agguantavano per qualche attimo, ma poi li lasciavano cadere delicatamente sul pavimento. Intervenne l’assistente, che si accovacciò e gli fece due nodi ben stretti. Poi, lo tiro su di peso dalla panca e lo spinse verso il tunnel che portava al campo, urlando: “Muoviti! Là fuori mica stanno ad aspettare i tuoi comodi!”.

Fu così che Davies esordì, in maniera del tutto casuale, con la squadra del cuore. Senza berretto e con la maglia del West Ham nessuno, tranne i suoi amici, l’aveva riconosciuto. Lo speaker, un giovanotto robusto vestito con un completo elegante blu, non sapendo chi annunciare, avanzò preoccupato verso Redknapp.

- Mi scusi Signor Redknapp ma quello che sta per entrare in campo, con il numero 3 non è Julian Dicks come risulta dalla mia lista. Non so chi sia.

- Non ha guardato i Mondiali?! È il nostro nuovo acquisto, Tittyshev, l’attaccante, il fantasista della Bulgaria!! - sbottò Redknapp.

Lo speaker, temendo una figuraccia, annuì. La sua voce risuonò nell’altoparlante: “Entra per il West Ham, con il numero 3, l’attaccante bulgaro Tittyshev”.

I giocatori erano perplessi, come del resto le persone a bordo campo e nelle tribune. Si domandavano chi fosse quella misteriosa figura venuta da lontano. Un centravanti con quel numero era piuttosto strano. Naturalmente era presente il solito tifoso borioso che finge di conoscere i calciatori degli angoli più remoti del pianeta: “Ma si, Tittyshev! L’ho visto giocare, non è così male”.

(The Sun / Steve Bacon)

 

Davies dello sportivo aveva ben poco: gambe lunghe e fini come due manici di scopa, spalle strette e fisico gracilino. In più era sbronzo e appesantito dalle enormi quantità di birra che aveva bevuto. Uno spaventapasseri che non faceva paura, Hulk che mutava in un pensionato con il bastone, Robin Hood che veniva rapinato da un bambino, Muhammad Ali che veniva messo al tappeto da uno studente di ingegneria. Tecnicamente era un disastro, aveva un controllo palla pessimo. Il ritmo era troppo veloce per lui, che si muoveva come se portasse un grosso masso sulla schiena. Vagabondava limitandosi a eseguire qualche passaggio semplice. L’assistente aveva spifferato a Chapman che quello era il pazzo che l’aveva massacrato di insulti. Le parti si erano invertite: Chapman dalla panchina si godeva l’imbarazzante spettacolo di Davies. Ma questa dolce vendetta durò poco: a dieci minuti dal termine dell’incontro accadde l’inatteso, l’impensato, l’inconcepibile. Perché il calcio si sa è imprevedibile, ha le sue leggi misteriose che non si possono cogliere. Schemi, tattiche, certezze, speranze e convinzioni diventano delle inutili sofisticherie della mente, nel momento in cui lo scarpone di turno trova il gol della domenica. Un cross teso rasoterra arrivò al limite dell’area di rigore, dalle parti di Davies, quasi cianotico che respirava a bocca aperta per riprendere fiato. Con le poche energie rimaste, scattò e anticipò il suo marcatore. Stoppò il pallone e si ritrovò a tu per tu con il portiere. Chiuse gli occhi e calciò. Una fucilata che si schiantò nell’incrocio alla destra del portiere, che restò pietrificato ad ammirare quel gioiello di tiro. Davies riaprì gli occhi e scoprì con piacere che il pallone stazionava lì, oltre la linea bianca della porta, oltre l’ultimo avamposto di resistenza. Ebbe l’impressione di toccare il paradiso con un dito. Fu travolto dall’abbraccio di quelli che ormai erano diventati i suoi compagni di squadra. Anche gli amici fecero invasione e lo abbracciarono. Il pubblico acclamò quel gesto di rara bellezza.

- Non ci credo, non è possibile, - mormorò Chapman, sbigottito a bassa voce.

- Ehi attento Lee, questo ti ruba il posto! - disse Redknapp, ridendo a crepapelle.

Davies però notò una cosa che quasi sicuramente avrebbe mandato in frantumi la sua prodezza. Il guardalinee, che forse pensò alla salute di Chapman, prossimo al delirio, aveva alzato la bandierina. Davies era partito in fuorigioco. L’arbitro, il giudice supremo, annullò il gol. Davies non si arrabbiò più di tanto: scrollò le spalle, recuperò il pallone e lo tese al portiere. Per lui quello rimaneva gol e nessuno poteva cancellare quel ricordo. Poco gli importava della sentenza irremovibile dell’uomo col fischietto e del suo collaboratore. Il post-partita nello spogliatoio fu una galassia di emozioni: complimenti, applausi e Redknapp che promise di chiamarlo se avesse avuto bisogno di un attaccante. Ma la breve e intesa carriera di Davies si concluse lì. Fu l’unico caso in cui un debutto coincise con il ritiro. Risolse anche i suoi conflitti con Chapman. I due si strinsero la mano in segno di pace. La mattina dopo Davies riprese la sua solita vita noiosa, scandita dai ritmi frustranti del lavoro. Faceva il corriere e girava per Londra con un grosso furgone. Prima di rientrare a casa, si fermò a comprare il “The Sun”. Lo aprì nella sezione dedicata allo sport e vide un articolo sul West Ham. C’erano alcune foto dell’incontro. In alcune compariva lui, con addosso i colori azzurro-bordeaux.  In alto c’era scritto: “Il West Ham passeggia in amichevole per 4 a 2 sul campo dell’Oxford City”. Più in basso, nel sottotitolo: “Grande prestazione degli Hammers. Da segnalare la fantastica rete del neoacquisto, l’attaccante bulgaro Tittyshev, ingiustamente annullata”. Steve aveva i lucciconi agli occhi. Ritagliò l’articolo e l’attaccò accanto al poster di Bobby Moore. Ben presto la verità però venne a galla: Tittyshev non era mai esistito, era solo un prodotto dell’immaginazione di Redknapp. Ma ciò non impedì a questa storia di circolare e alimentare una vera e propria leggenda. Se vi dovesse mai capitare di incontrare un tifoso del West Ham provate a chiedergli di Tittyshev. Lui vi risponderà: “Ehh… Tittyshev! Un grande calciatore! Purtroppo, non aveva testa e amava troppo la birra, altrimenti sarebbe diventato un fenomeno!”.